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BISCEGLIERE
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fortuna di questa maschera napoletana, che gli studiosi
di teatro considerano come una varietà meridionale del
carattere di Pantalone, deriva da un caso difficilmente
spiegabile: laccento di Bisceglie, con una
cantilena leggermente lamentosa, desta alle orecchie dei
napoletani una irrefrenabile ilarità. Per interi secoli
è bastato che sui manifesti degli spettacoli apparisse
lo striscione « con Pancrazio, il Bisceqliese » per
assicurare il tutto esaurito. Giunto a Napoli, capitale del reame, per
sbrigare alcune sue faccende, Pancrazio resta sbalordito
dalla vita della grande città, dal suo lusso, dai
costumi assai meno castigati che in Puglia, e si sfoga ad
ogni passo con esclamazioni di meraviglia e ingenui
commenti che denunciano, comica mente, i limiti del suo
cervello e delle sue esperienze: « Da noi non cè
tanto fracasso, da noi non si pigliano tante gomitate: da
noi cè il vantaggio che si conosce tutti. Appena
posso, torno subito al mio paese, lontano dai vostri
tumulti, dalle vostre pulci, dai vostri lazzaroni, dalle
vostre donne di strada ». In più di un caso, il
commento del Biscegliese alla vita della capitale non è
affatto irragionevole: sarebbe, anzi, un discorso serio
se non ci fosse di mezzo quellaccento.
Come Pantalone a Venezia, Pancrazio
rappresenta diversi tipi della vita provinciale: talora
è mercante, altra volta è borghese di cospicua fortuna,
in qualche caso contadino arricchito, ma nel fondo del
suo carattere cè sempre lavarizia e quella
credulità che lo espone ai tiri birboni. Abitualmente,
appare vestito di velluto nero con berretto e maniche in
rosso, e calze rosse: immancabilmente, data letà
avanzata, po con sè il bastone, al cui pomo si appoggia,
piegato dalla ridda delle meraviglie della grande città
e probabilmente anche da una inconfessata stanchezza.
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