La più comica delle maschere italiane trae, poco
pietosamente, le ragioni della propna popolarità da due
penosi difetti: lincapacità di avviare un discorso
senza balbettare, e una eccezionale miopia. Basta dunque
dare la parola a Tartaglia, oppure sottrargli le lenti
per destare un gioco
dequivoci tale da assicurare per un paio dore
lentusiasmo di una platea. Miopia e balbuzie, per
coronare la comicità del personaggio, si accompagnano,
nel fisico, a una pronun ciata pinguedine, e nel
carattere a una vera e propria vocazione allinsuccesso.
Ministro del regno di Serendippe, nella favola « 11 Re
Cervo » di Carlo Gozzi, Tartaglia otterrà dal mago
Durandarto la formula per trasferire le anime dai morti
ai vivi, sicchè, innamorato della regina, approfitterà
di una battuta di caccia per trasferire il re in un cervo
abbattuto, e assumere a sua volta le auguste sembianze;
però, comera prevedibile, Tartaglia non soltanto
non riu scirà ad ottenere, così trasformato, i favori
della regina, ma, trasferitosi imprudentemente nelle
sembianze di una ca gnetta, finirà strangolato.
Linfelice sorte del personaggio sarà più di una
volta condi visa dai suoi interpreti: un Tartaglia che
recitava alla corte di Spagna finì rinchiuso, e per non
breve tempo, in quello stesso carcere nel quale aveva
languito, negli anni della sfortuna, Cristoforo Colombo:
la maschera si era permessa, nel corso di uno spettacolo.
di bersagliare con poco riverenti giochi di parole il
famoso conquistatore Cortes.
A Bologna la figura di Tartaglia si specializzerà invece
nel compito di far ridere alle spalle della legge, sicchè
sovente gli sarà affidata la parte del Commissario o,
semplicemente, del birro, Le poche volte in cui gli sarà
risparmiato lingom bro della pinguedine, diverrà
addirittura un personaggio al lampanato, col naso puntuto
e prominente, inuguagliabile di jelia e malocchio.
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